Leggerezza

Leggerezza

/leg·ge·réz·za/

s.f. deriv. di leggero; dal latino leviarius, a sua volta derivazione di lĕvis, cioè «lieve».

L’esser leggero, qualità di ciò che è leggero (che ha cioè poco peso).

Amore

Come spesso viene ribadito da Italo Calvino in una delle Lezioni Americane, e prima ancora da Kundera, la leggerezza è la reazione dell’uomo al peso del vivere. Per comprendere appieno questo concetto è necessario capire cosa si intende per peso del vivere: infatti Kundera affermava che questo senso di pesantezza, talvolta descritto come insostenibile, stesse in ogni forma di costrizione dell’uomo. Costrizione la quale può essere analizzata sotto vari aspetti, e che può presentarsi come l’imposizione di veri e propri ordini, spesso abusando del proprio potere, da parte di un tiranno, oppure come un vizio, che soddisfatto più e più volte diventa dipendenza e consuma l’uomo tanto rapidamente da non rendersi nemmeno conto di quello che ci sta succedendo, e ci rende schiavi dello stesso. Questo per Kundera è il peso del vivere: la costrizione, e si può evincere dalla lezione di Calvino che l’autore in qualche modo è come se lo associasse a quello che oggi chiamiamo materialismo. Tutto quello che ci lega a questo mondo, caratterizzato molto spesso da virtù negative, ci porta a provare sentimenti altrettanto negativi che diventano poi l’insostenibile peso del vivere di Kundera. E dunque come si sfugge a questa sofferenza? La leggerezza, per Calvino, permette all’uomo di risollevarsi dal peso (come Calvanti dalla tomba in cui è destinato a giacere) e dalla sofferenza, di astrarre e di astrarsi, di provare emozioni e sentimenti che non appartengono al mondo che siamo abituati a vedere, costernato di vizi e virtù negative. Sentimenti che rientrano tutti in quello dell’Amore, come dirà Voltaire nell’omonimo lemma del celebre Dizionario filosofico, e che caratterizzano soprattutto la specie umana, capace di amare veramente a differenza di altre specie animali le quali provano soltanto piacere dall’accoppiamento, e nel momento in cui tutto finisce, sono semplicemente soddisfatte. L’uomo attraverso l’amore si eleva da uno stato di ingenuità rispetto a queste categorie animali, e soprattutto mediante questo sentimento si rende leggero e si scinde da tutto ciò che è semplicemente, e pesantemente, fine al piacere umano. Infatti, come dice Voltaire nel lemma Amore, se da un lato l’uomo è capace di provare forti sentimenti positivi, dall’altro può provare grandi dolori di cui gli animali non hanno la minima idea. Ci spiega essenzialmente che nel momento in cui la natura ci permette di distoglierci da uno stato di ingenuità in cui si trovano molte specie animali, e sfrutteremo questa possibilità, saremo in grado di vivere la realtà vedendo entrambe le “facce della medaglia”, che sono una l’opposta dell’altra. L’uomo è in grado dunque di elevarsi dal male che ha avvelenato la sua specie, dai vizi e dalle virtù negative, appunto attraverso l’amore. La natura ci fornisce questo potere che è un’arma a doppio taglio, e spesso è troppo facile essere trascinati a fondo, nel male e nella mediocrità che caratterizza l’uomo.


Astrazione

Inoltre è importante sottolineare che lo stesso Calvino nella Lezione Americana che riguarda la leggerezza dichiara che ogni ramo della scienza sembra confermare che il mondo si regge su entità sottilissime. Questo aspetto si rintraccia anche nell’informatica: il software, la componente di un computer più leggera, immateriale, rappresentato da un serie di bit che non sono altro che impulsi elettrici, non potrebbe esistere se non grazie alla pesantezza dell’hardware. Non si ha software senza hardware e non si ha hardware senza software proprio perché quest’ultimo deve avere un oggetto materiale a cui impartire ordini. La stessa realtà si manifesta nell’uomo: tutto parte da un’idea (la quale in quanto astratta rappresenta la leggerezza), un concetto che è all’origine di ogni nostra convinzione e che ci rappresenta, ed è la causa di ogni nostra azione. Come dice Voltaire nel Dizionario filosofico, un’idea non è altro che un’immagine che si dipinge nella nostra mente e quindi una persona ha idee solo perché ha immagini in testa. Talvolta però capita di ignorare del tutto l’origine dei nostri pensieri e si inizia a navigare con la mente, almeno finché non ci poniamo la dovuta domanda: ma perché sono giunto fin qui? Potrebbe essere Dio, come sostiene Voltaire, a dipingere le idee nella nostra mente oppure potrebbe essere che ogni esperienza che abbiamo vissuto e ogni azione compiuta ci abbia portati a quel preciso istante a porci quella domanda, senza un’evidente ragione logica. Questo per sostenere che sebbene ogni nostra azione parta da un’idea, non tutte le idee sono degne di grande attenzione. Per dimostrarlo porterò due esempi: il primo ce lo porge lo stesso Voltaire nel lemma Idea, dove racconta di quando ha ragionato sull’anima e da cosa è composta. Racconta che sebbene si è rifatto a molte dichiarazioni di celebri filosofi, non è riuscito a giungere ad una risposta e che dunque rifletterci non ne è valsa la pena. Come dirà l’autore: chi gode ne sa più di chi riflette. Il secondo esempio è opposto al caso di Voltaire e appunto volto a dimostrare il contrario. Corrono gli anni ’60 e in Cecoslovacchia si assiste alla stagione riformista chiamata Primavera di Praga. Alcuni studenti dell’Università d Praga decidono, per difendere la loro idea e convinzione, di compiere un atto estremo: immolare le proprie vite suicidandosi. Il primo degli studenti a compiere questo gesto fu Jan Palach che nel 16 gennaio 1969 si recò nella piazza San Venceslao al centro di Praga, si cosparse di benzina e si diede fuoco. Come si può evincere dalle lettere ritrovate nella borsa del giovane studente, il gesto è stato compiuto per combattere la censura, e dichiarò se entro il 21 gennaio le richieste non fossero state soddisfatte allora un’altra torcia si sarebbe accesa. Questo ci aiuta molto a comprendere ciò che affermava Calvino nella lezione: un’idea è la fonte di ogni nostra azione e ogni nostra convinzione ci rappresenta completamente, ed è fondamentale battersi per difenderle nei limiti di ciò che è giusto. L’idea, il pensiero, è la componente immateriale e leggera della realtà, legata in modi a volte evidenti e a volte irrazionali a tutto quello che viviamo e che è materiale e, di conseguenza, pesante.


Tirannia

Il peso del vivere per l’uomo sta dunque in ogni forma di costrizione: secondo Voltaire la forma di potere che più di qualunque altra rappresenta questa costrizione è la tirannia. Per lui infatti il tiranno è il sovrano che ruba ai suoi sudditi, e poi li arruola per andare a rubare al suo nemico. In una tirannia non vigono leggi giuste ma soltanto i capricci del sovrano, a cui l’uomo è costretto ad obbedire. Voltaire in questo lemma esprime al meglio il rapporto che lega il peso del vivere e la costrizione, attraverso questo esempio: ci dice che l’uomo ha mutato i propri interessi e che ora come ora ci si preoccupa soltanto di essere incudine (di subire) o martello (di colpire), importa soltanto di avere potere sul prossimo e l’animo umano si fa travolgere dall’egoismo, malizia, inganno e odio. Sembra evidente che in queste condizioni non si potrà mai sfuggire al peso del vivere che ci illustra Kundera e non ci si potrà mai sollevare dalla propria tomba come Cavalcanti: ci si circonda di piccoli e semplici piaceri che ci riducono allo stesso livello delle specie animali di cui ci parlava Voltaire nel lemma Amore. La situazione presentata nell’esempio proposto quindi, per quanto possa sembrare esagerata a noi che non viviamo una realtà tanto drastica, si può riportare a molte vicende della vita quotidiana: viviamo costernati da vizi e dipendenze, soddisfacendo piccoli piaceri che ci illudiamo di essere liberi di desiderare o rifiutare, senza accorgerci che ne siamo schiavi e che contribuiscono all’appesantimento dell’animo.


Conclusioni

Per concludere, una domanda accompagna tutto quello che è stato detto finora, a partire dal battersi per un’ideologia, al distogliersi dall’ingenuità fino alla scelta di quali vizi e piaceri accogliere e soddisfare nella quotidianità. Tale domanda è, cos’è giusto e cosa è sbagliato? Chi ci dice che battersi per la propria idea sia sinonimo di coraggio e orgoglio piuttosto che arroganza e violenza? Chi ci indica quali piaceri è giusto o meno soddisfare? Chi ci suggerisce quali sono i sentimenti che ci permettono di raggiungere la leggerezza tanto ammirata da Calvino e quali invece ci trascinano sempre più a fondo? Voltaire nel lemma Giusto (del) e dell’Ingiusto spiega accuratamente da dove proviene il criterio per il quale si determina cosa è bene e cosa è male. Alla base di questo ragionamento nel lemma è presente una componente religiosa: infatti secondo l’autore Dio ci ha donato di un cervello ed un cuore, che crescendo ci rendono in grado di dedurre il criterio citato. Ma siamo noi che decidiamo che dare una parte del nostro pasto a chi soffre la fame è preferibile a “cavargli gli occhi”, e questo grazie alla nostra morale. Quello che vuole dire Voltaire è che i più grandi filosofi ci hanno suggerito una verità fondamentale: rendere felice chi ci sta vicino, chi è meno fortunato, ma anche rendere felici noi stessi, è bene ed è inevitabilmente giusto. Bisogna porre però attenzione: se è evidente che è giusto battersi per un’idea senza recare danno al prossimo, è decisamente più difficile capire cosa rende felici noi stessi. Spesso siamo convinti che un semplice vizio sia in grado di risolvere qualunque problema della vita ma non è così, e a volte quell’ingenuo piacere che si soddisfa una volta ogni tanto finisce per rovinare una persona. In conclusione, grazie alla nostra morale potremo capire cosa è giusto e cosa è sbagliato, e in base a questo criterio potremmo capire come distogliersi dalla pesantezza che ha avvelenato l’animo umano, e perseguire lo stato di leggerezza di cui ci parla Calvino nella prima delle sei Lezioni Americane.

Ettore Zeggiotti